ANTROPOLOGIA COLONIALISTA

 

Nei maggiori paesi europei il razzismo si sviluppò nel corso della seconda metà dell'800. […] Uno stimolo importante all'affermarsi delle idee razziste fu dato dal diffondersi delle ricerche in campo etnografico su popoli e paesi "primitivi"

 

Lo sviluppo della fotografia come strumento di comunicazione relativamente semplice da usare fu contemporaneo allo sviluppo del colonialismo europeo in Africa. Per i viaggiatori come per i funzionari e per i militari, la fotografia costituiva uno strumento per registrare le cose nuove che vedevano. Per gli studiosi, professionali o dilettanti, delle popolazioni che allora venivano dette "primitive", era qualcosa di più: un mezzo per documentare costumi e modi di vita.

 

Soffermandosi su abitudini alimentari, su tradizioni religiose o pratiche i fotografi-etnografi miravano a documentare tradizioni che stavano scomparendo, ma al tempo stesso a dimostrarne la netta "inferiorità" rispetto a quelle europee.

 

 

Le donne "indigene" erano oggetti privilegiati di queste riprese fotografiche: l'occhio dell'etnografo e quello del viaggiatore erano attratti dai corpi meno vestiti di quelli europei o vestiti in modi pittoreschi o curiosi, e celebrava il suo potere con il fatto stesso di "rubare delle immagini" ai colonizzati.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fotografia come documento  

Alle immagini fotografiche si riconosce generalmente il valore di una prova, quasi che fosse veritiera per natura. Lo vediamo anche nella vita di tutti i giorni: i documenti che dichiarano chi siamo, come la carta detta "di identità" o la patente contengono tutti un'immagine fotografica. Anche le fotografie del passato ci vengono spesso presentate come una rappresentazione fedele della storia; sembrano avere fermato per sempre un mondo che non c'è più. Anzi, ci si potrebbe chiedere, da quando c'è la fotografia che bisogno c'è di storici? Perché dobbiamo affidare la nostra conoscenza del passato alle interpretazioni soggettive di alcuni specialisti quando possiamo "guardarlo in faccia", quel passato, nella sua obiettività?

 

E' un'idea ingenua, anche se è molto diffusa. In realtà, la fotografia può aiutarci come e più di altri documenti a conoscere il passato. Ma solo se sappiamo farla parlare, se non ci limitiamo a contemplarla ma cerchiamo di cogliere le conoscenze che effettivamente ci fornisce. La fotografia, insomma, è una fonte per la conoscenza storica, che si assomma alle tante altre fonti di cui disponiamo, dai documenti scritti alle registrazioni sonori, dai reperti archeologici ai film

 


La fotografia "è un vero documento, al quale i posteri potranno ricorrere per impararvi non la storia narrata, che si può riconoscere in tutto o in parte non vera o esagerata, ma la storia fotografica che non mente perché è la luce che l'ha scritta sulla lastra". Così si esprimeva nel 1905 un fotografo italiano, Rodolfo Namias. Da che cosa deriva questa convinzione?

 

 

La fotografia è probabilmente il primo documento prodotto da una macchina, che si suppone fredda e non condizionata dalle emozioni. Anzi, quando la si definisce "obiettiva" si intende sottolineare il fatto che sfugge, almeno in parte, al controllo umano.

 

In effetti, tra i fatti che suscitano più stupore, in tutti noi, c'è il fenomeno frequente per cui il chi ha "scattato" la foto vi trova, una volta sviluppata, un particolare o una presenza di cui non si era accorto. Questo però non deve farci dimenticare, non solo che la fotografia può comunque mentire, ma anche, e soprattutto, che può contenere tanti tipi e forme diverse di verità.